Ciò che è successo il 24 aprile 2013 in Bangladesh ha cambiato per sempre il modo di vedere la moda e il fashion. Verso una direzione di maggior consapevolezza, e di una Fashion Revolution.

Il 24 aprile del 2013 in Bangladesh è crollato un edificio, il Rana Plaza. Dentro c’erano quasi 4000 persone: si stima che 1138 siano morte, e 2500 rimaste ferite. La maggior parte delle persone erano giovani donne, che stavano cucendo abiti per i paesi occidentali. E’ stata la più grande catastrofe riguardante l’industria tessile.

Così è nata la Fashion Revolution: un movimento con la volontà di portare nella moda un consumo responsabile, una trasparenza della filiera produttiva e un’idea di moda più consapevole, organica e soprattutto che non metta a repentaglio la vita di chi la moda e i vestiti li fa davvero. Ogni giorno.

“Le persone che entrano nel mondo nella moda iniziano pensando a uno stile o a una collezione, ma non alle persone che poi lo realizzeranno”, sostiene Safia Minney, la fondatrice di People Tree, un marchio di moda sostenibile. Safia è una delle tante voci che compongono il film documentario The True Cost, di Andrew Morgan: uno spaccato sul vero costo dell’industria della moda. E la domanda che resta in aria e alla quale forse non c’è ancora una risposta è appunto: tutto questo, a che costo? A che costo di vite umane, di fibre tossiche che danneggiano e inquinano il nostro ambiente e la natura che ci circonda. A che costo in termini di valori legati al materialismo che comunque non ci rende più felici ma anzi infinitamente più poveri e insoddisfatti?

Compriamo un capo e non abbiamo spesso l’idea di come sia stato prodotto e realizzato, e in che condizioni. Semplicemente lo vediamo finito. Mi viene in mente un caso uscito sui giornali qualche tempo fa: ad alcuni bambini di una scuola elementare venne chiesto di disegnare dei polli, dei polli che nei libri di infanzia sono disegnati mentre scorrazzano nelle fattorie. Ebbene loro disegnarono le cosce, il petto, le ali dei polli involti nella plastica e riposti sugli scaffali dei supermercati. Non avevano altra idea del pollo se non quella di un alimento che vedevano a casa, comprato dai genitori.

L’abito è diventato un po’ questo: un pollo su uno scaffale di cui ignoriamo la provenienza. Non sappiamo distinguere un capo di artigianato da uno prodotto in serie, probabilmente in Bangladesh, al costo di 10 centesimi l’uno.

Ma forse tutto questo sta cambiando, anche se la strada è lunga e la nostra abitudine alla fast fashion, alla moda veloce, è forse ancora troppo radicata. Ecco allora che il film documentario è uno spunto di riflessione che ben si collega alla settimana che sta iniziando. Un movimento, quello di questi giorni, voluto anche dagli stessi consumatori, verso una direzione di più consapevolezza sulla filiera produttiva.

Ed ecco perché noi di WAXMORE aderiamo alla Fashion Revolution Week. Perché nel nostro piccolo, cerchiamo di portare avanti un concetto di moda etica, responsabile, trasparente. Dove si lavori alle giuste condizioni e ogni capo sia unico: unico come le mani che lo realizzano, unico come te che lo stai indossando con il tuo e proprio personale stile.

Se anche tu vuoi sostenere la Fashion Revolution partecipa alla campagna social #whomademyclothes: ti basterà indossare un indumento al contrario o in modo che si veda l’etichetta e chiedere al brand chi ha fatto i tuoi vestiti.

Se hai un indumento WAXMORE, chiedici chi l’ha fatto, sapremo risponderti con nome e cognome! #askwaxmore

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